Abbiategrasso
3, 4, 5 febbraio 2012

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EVENTI

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"Storie di amore e morte nel teatro kabuki e nel teatro delle marionette"

conferenza-lezione aperta alla cittadinanza
di Rossella Marangoni
Sabato 4 febbraio h. 14.30
Castello Visconteo - Sala del Camino

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Il Karate e le arti giapponesi:
incontro con una cultura "straniera"

Il Karate e le arti giapponesi:
incontro con una cultura "straniera"
con Shuhei Matsuyama e Flavio Gallozzi
a cura della Accademia del Karate Yoshitaka
Sabato 4 febbraio h. 17.00
Castello Visconteo - Sala Consigliare

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Pranzo giapponese

Domenica 5 febbraio
Tête à thé - Via S.Maria, 21 h. 12.30
Prezzo: 28 Euro (bevande escluse)
Posti limitati - Prenotazione obbligatoria
Per prenotare chiamare
al numero 338 2223888
oppure info@teeria.it entro il 1° Febbraio

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Cerimonia di vestizione del kimono

a cura di Rossella Marangoni e con la
partecipazione della maestra
Tomoko Hoashi
Domenica 5 febbraio h. 15.30
Sala grande del Convento dell'Annunziata
Via Pontida

Inoltre:

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degustazioni di tè e dolci giapponesi

Tête à thé - Via S.Maria, 21
venerdi 3 febbraio dalle ore 20.30
sabato 4 febbraio dalle ore 15.30
domenica 5 febbraio dalle ore 15.30

Le foto sono © Flavio Gallozzi

Eventi:


Storie di amore e di morte
nel teatro kabuki e nel teatro delle marionette

www.rossellamarangoni.it

Conferenza-lezione aperta alla cittadinanza di Rossella Marangoni

Variamente interpretato dagli studiosi, il conflitto fra dovere e sentimento, di matrice confuciana, caratterizzò la vita giapponese durante il periodo Tokugawa (1603-1868) e influì anche sulla letteratura e il teatro che attinsero a piene mani dai fatti di cronaca dell'epoca.

Spesso, infatti, il conflitto era talmente insopportabile che l'individuo sceglieva la morte pur di uscire dal vicolo cieco in cui si sentiva intrappolato. Nella maggior parte dei casi si trattò di doppio suicidio, o suicidio d'amore, denominato shinjū (il significato originario del termine era “interno del cuore” nel senso di “pegno d'amore”), vale a dire del suicidio di due amanti impossibilitati a realizzare il loro sogno d'amore.

Il maestro indiscusso della composizione per la scena del teatro delle marionette (jōruri) e per quello d'attore (kabuki) è Chikamatsu Monzaemon (1653-1724). Nel genere drammatico egli sviluppò la comprensione psicologica e poetica della complessità del cuore umano, tanto da essere paragonato a Shakespeare. Questa caratteristica si manifesterà nella sua piena maturità proprio nei drammi del “doppio suicidio”, gli shinjūmono, nei quali troviamo, forse nella sua più alta espressione tragica, il conflitto classico del dramma giapponese fra le ragioni del cuore (ninjō) e i rigidi doveri dell'etica feudale (giri). Il suo dramma più famoso di questo particolare genere è senza dubbio Sonezaki shinjū (Gli amanti suicidi di Sonezaki), del 1703. L'evento che indusse Chikamatsu a scrivere era accaduto giusto un mese prima che lo spettacolo debuttasse, ed era sulla bocca di tutti.

Episodi di questo tipo furono numerosi durante il periodo e vennero amplificati appunto attraverso i drammi per il teatro. Il popolino delle città accorreva nei quartieri dei teatri per abbeverarsi a queste storie di passione e di morte che raccontavano le storie di personaggi dei quartieri vicini, le cui vite erano simili a quelle di tanti altri, ma che, a differenza dei più, si erano sottratti alla morsa dei vincoli sociali e morali e avevano obbedito fino in fondo al proprio cuore.

(Rossella Marangoni)

Eventi:


Il Karate e le arti giapponesi:
incontro con una cultura "straniera"

A cura di Accademia del Karate Yoshitaka incontro con:

Shuhei Matsuyama
e
Flavio Gallozzi

i due principali protagonisti
delle Mostre di "Giorni d'Asia: Giappone"

TEMI DELL'INCONTRO:

Shuhei Matsuyama
pittore e artista di fama mondiale, cintura nera 5° dan e Maestro di Karate Tradizionale

l'Arte del Karate

Proiezione commentata di filmati originali giapponesi risalenti agli anni 1940/1950, quando il Karate Tradizionale era praticato esclusivamente in Giappone e dopo più di mille anni risultava, ancora per poco, del tutto sconosciuto al resto del mondo

le Arti giapponesi

l'Arte della musica che diventa pittura

Shin-On: “il Suono di tutte le cose”

Flavio Gallozzi
fotografo internazionale, cinematographer, scrittore

la visione di un artista occidentale sulle arti tradizionali giapponesi

Il Gesto Creativo: i segreti dell'ombra


il KARATE TRADIZIONALE

Il Karate, inteso e praticato nella sua antica forma tradizionale come una vera «arte» del combattimento e non come un semplice sport, con i suoi alti valori etici e morali risulta intimamente legato alla molteplice cultura e alla spiritualità giapponesi.

E, come ogni «arte» giapponese - dalla cerimonia di preparazione del tè all'esercizio della calligrafia, dalla composizione dei fiori alla modalità di forgiare una spada - anche il Karate Tradizionale presenta gli aspetti rituali di una ripetizione continua dei medesimi gesti per proseguire nella via, il «do», verso un punto più alto da raggiungere nel perfezionamento di sé: un percorso da conquistare con fatica e determinazione superando i propri limiti atletici, fisici o di età per raggiungere una grande padronanza tecnica e una vera maestria nel gestire e dominare la potenza e la forza raggiungibili.

Si parla infatti di Karate-do per indicare uno stato d'animo perennemente orientato verso la realizzazione della «via» il cui significato è assai più profondo e completo dei termini occidentali di via, cammino, disciplina… Nella cultura giapponese la nozione di «do» è concepita come un percorso che conduce ad un alto stato spirituale, raggiungibile attraverso l'approfondimento di una disciplina, che libera le facoltà umane nei diversi campi delle arti.

Le foto © Flavio Gallozzi ritraggono il grande Maestro Hiroshi Shirai
nel dojo della Accademia del Karate Yoshitaka in Abbiategrasso, il 17 dicembre 2011,
in occasione di un importante stage di Karate Tradizionale

Eventi:


Cucina giapponese

www.teeria.it

Celebre in tutto il mondo per il suo aspetto estetico, la cucina giapponese è però estremamente varia per ingredienti e sapori, nonostante sia basata su tre elementi principali: il riso, i tagliolini e il pesce. Utilizza poche materie grasse, ma in compenso fa grande uso di alghe, di prodotti a base di soia e di svariati condimenti, come il wasabi.

Per preparare i piatti diversi che costituiscono un pranzo, viene impiegata una relativamente piccola varietà di metodi applicati agli ingredienti base ed è il procedimento di cottura che determina il nome generico del piatto. I procedimenti principali sono: shirumono (zuppe), nabemono (pietanze cotte in tavola), yakimono (cibi grigliati), agemono (cibi fritti), mushimono (cibi cotti al vapore), sunomono (cibi marinati), tsukemono (verdure in salamoia).

Comunque li si prepari, occorrerà far sì che gli ingredienti mantengano il più possibile il loro aspetto e consistenza originari, la loro naturalezza.

Perché, in Giappone, un pasto è più del semplice atto di nutrirsi: è un rito che occorre osservare nei minimi dettagli allo scopo di sentirsi in accordo con se stessi e con il cibo, che è parte della natura. Così ogni stagione porta con sé prodotti particolari e ogni cibo, frutto, vegetale, è mangiato nella sua stagione. Allo stesso tempo esistono diversi modi di presentare le pietanze, a seconda delle stagioni e delle circostanze, e alcuni piatti specifici per certi giorni o periodi dell’anno.

Nella cucina giapponese tutti i sensi vengono coinvolti in una totale e raffinata armonia di sapori e di bellezza. Questo perché è retta da leggi complesse che prescrivono una continuità armoniosa tra le pietanze e le stoviglie, le forme e i colori. Ogni stoviglia è scelta per il suo colore, la forma e la compatibilità e ognuna deve essere un’opera d’arte. E questo sapiente accostamento di cibo e stoviglie ad affascinare il commensale prima di offrire delle prelibatezze al suo palato.

Così, uno dei talenti richiesti a uno chef giapponese consiste nello scegliere accuratamente i piatti e le ciotole che valorizzeranno la sua cucina. Sua cura sarà quella di non ripetersi, ma di variare per non dar prova di mancanza di immaginazione. Variazione e armonia sono dunque gli elementi essenziali nell’estetica della cucina giapponese.

Eventi:


Cerimonia di vestizione del kimono
con il commento di Rossella Marangoni

www.rossellamarangoni.it

着物

Il kimono (letteralmente “cosa che si indossa, indumento”, da mono, cosa e ki, radice del verbo kiru, indossare), è il costume nazionale giapponese che si indossa in ogni occasione seguendo un preciso codice. Il kimono ha mantenuto la stessa forma originaria che risale al periodo Nara (VIII sec.), epoca ancora sotto l’influenza culturale della Cina dei Tang. Una pezza di tessuto che, chiusa sovrapponendo il lato sinistro a quello destro, forma con l’angolo delle maniche una grossa T. Viene tenuto chiuso dall’uso di una lunga fascia variamente annodata, lo obi. Questo circonda più volte il corpo femminile stringendolo in una sorta di elegante corazza, va annodato a una altezza prestabilita (variabile a seconda dell’età della donna) e legato sulla schiena per mezzo di un nodo la cui forma cambierà a seconda dell’occasione e dell’età di chi lo indossa. Il kimono è costituito da varie parti, ciascuna delle quali ha un nome specifico: hada-juban (abbigliamento intimo), naga-juban (sottoveste), han’eri (colletto decorativo). Ed è accompagnato da vari accessori fra cui i tabi, calze infradito bianche che ben si adattano alle calzature tradizionali, gli zōri.


La modella Erika e la Maestra Tomoko Hoashi in altra cerimonia di vestizione del kimono

Ogni donna giapponese, quando indossa il kimono, segue un codice che le permette di scegliere il kimono adatto all’occasione, cui accostare correttamente lo obi e gli accessori più indicati. Questo codice, che potremmo definire una vera e propria grammatica del kimono, si declina attraverso alcune variabili da tenere sempre presenti: il livello di formalità, l’età, la stagione. L’età di chi lo indossa è un importante elemento condizionante la scelta del kimono. Questa determina sia il tipo che i colori e i motivi decorativi. Una giovane donna nubile, in occasione di cerimonie (per esempio Capodanno o la Cerimonia per la maggiore età, il 15 gennaio) indosserà sempre il furisode (lett. “maniche fluttuanti”), o kimono dalle maniche ampie e lunghe sino a un metro, mentre una donna sposata indosserà il tomesode, con ldi e maniche più corte. Inoltre la posizione del disegno sul kimono è indicativa dell’età della donna: più i disegni sono collocati in basso, verso l’orlo, più si addicono alle donne mature le quali, per quanto riguarda i colori, prediligeranno toni smorzati.

Ma saranno poi le stagioni a dettare la scelta dei colori, dei motivi decorativi, oltre ovviamente che del tipo di kimono, che sarà più o meno pesante. La quantità e la complessità delle parti che compongono il kimono e la lunghezza e pesantezza dello obi fanno sì che a volte si reputi necessaria la presenza di una persona che aiuti a indossarlo. La vestizione del kimono diventa allora una vera e propria cerimonia il cui rituale rimanda alla tradizione estetica classica del Giappone.

(Rossella Marangoni)














Eventi:


Il tè giapponese

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Esiste un profondo legame fra la cultura giapponese e il tè, ossia ocha, com’è abitualmente chiamato in Giappone. Si pensi ad esempio alla rappresentazione artistica della cultura del tè che è la chanoyu, la cerimonia del tè. Per centinaia di anni il popolo giapponese ha sviluppato la cerimonia del tè dalla semplice pratica di bere il tè in uso nei monasteri buddhisti per favorire la veglia, e quindi la meditazione, a una vera e propria “via” o percorso di conoscenza e a una forma di arte altamente formalizzata e onnicomprensiva che ha influenzato una vasto numero di attività, dall’architettura all’arte dei fiori (ikebana), alla ceramica, alla cucina. Ma la cultura del tè in Giappone non è solo cerimonia del tè, bensì una passione per una bevanda la cui presenza è indispensabile nella vita quotidiana.

Il tè giapponese è un tè verde ma, a parte questo, in Giappone esistono in realtà molti tipi diversi di tè, ognuno con caratteristiche diverse in termini di metodo di coltivazione, processo di produzione, e parte della pianta di tè utilizzata. Inoltre, lo stesso tipo di tè può essere coltivato e prodotto in modo diverso a seconda della regione di provenienza e così ogni tè ha il proprio aroma, unico e distinto.

Il più amato tè verde del Giappone è utilizzato per produrre il sencha (dal 70 all’80% della produzione): cresce in pieno sole ed è esposto al vapore appena colto e mosso continuamente mentre viene essiccato. Ha un color verde vibrante ed ha un piacevole aroma. È inoltre molto astringente. Le foglie giovani più grandi vengono utilizzate per il tipo bancha, utilizzato per il tè quotidiano. Il genmaicha è creato mescolando riso scuro tostato con sencha o bancha. A volte il riso scuro è sostituito da quello bianco per amore di varietà del gusto. Si dice che le proprietà rilassanti del genmaicha siano date dalla sua ricchezza in vitamina B1.

Il gyokuro cresce in campi coperti da paglia per 20 giorni. I germogli vengono esposti al vapore, arrotolati e simultaneamente fatti essiccare. È celebre per il suo ricco aroma e il suo gusto forte e complesso.

Il matcha è coltivato in campi nascosti dalla luce diretta del sole. Dopo l’essiccazione le cime delle foglie vengono macinate a mano fino a diventare una polvere finissima dall’intenso colore verde che verrà poi mescolata durante la cerimonia del tè con un caratteristico frustino di bambù, il chasen.

Per i Giapponesi è inoltre importante il modo in cui si gusta il tè: l’attenzione per la temperatura dell’acqua con cui è preparato e per le tazze in cui si gusta gioco un ruolo importante nel piacere quotidiano del tè.

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