I Valori Educativi dello Sport                                                24 aprile 2013

Una riflessione e una testimonianza diretta sull'Omelia di Giovanni Paolo II in occasione del "Giubileo degli Sportivi" per sottolineare l'attualità del messaggio e offrire un contributo di approfondimento su di esso e sul suo vero significato educativo e culturale. Il messaggio della Chiesa verso lo sport, sia da un punto di vista ideologico che da un punto di vista pratico.

Marco Tosatti

La Chiesa, lo sport, e il discorso di Giovanni Paolo Il al Giubileo

Premessa

Viviamo in un periodo storico di grande turbamento. La mancanza di senso, la ricerca continua di ciò che piace, la caduta di tutta una serie di valori: responsabilità personale, onestà, altruismo, senso del dovere e dello sforzo costante per raggiungere un traguardo sembrano prevalere in maniera tale da vanificare ogni voce e ogni testimonianza che vada in senso opposto. Ma di fronte a uno scenario in cui tutto appare legato al qui e subito, alla soddisfazione di desideri e interessi individualistici immediati, e possibilmente con il minimo sforzo, alcune realtà dicono cose diverse. Una di queste è sicuramente la Chiesa. Soprattutto, per noi che viviamo in Italia, quella cattolica e romana, ma non solo. E un'altra è lo sport in senso lato; e in particolare le discipline marziali rettamente intese e praticate. Vale a dire non solo come uno strumento per avere cura del proprio corpo, rinforzarlo, abbellirlo, o conquistare la capacità di difendersi efficacemente contro un attacco esterno; ma soprattutto per creare personalità equilibrate, serene e generose.

E' interessante allora chiedersi se questi due mondi possano incontrarsi, e in che maniera. E in che modo questo incontro possa arricchire i due tipi di esperienza. Questo è l'oggetto della nostra riflessione di questa sera, che ci porterà alla fine a concentrarsi sul discorso che Giovanni Paolo II ha rivolto allo Stadio Olimpico di Roma il 29 ottobre del 2000 ai rappresentanti del mondo sportivo, in occasione del Grande Giubileo. Una specie di "Magna Charta" dei rapporti fra fede e impegno sportivo.

San Paolo, sportivo nel mondo ellenizzato

Non so quanti fra coloro che mi ascoltano sono cattolici praticanti, o abbiano una certa familiarità con le Scritture fondanti del cristianesimo. Per loro quello che sto per dire non costituisce una sorpresa. E cioè che il rapporto fra fede e sport lo troviamo enunciato ai veri albori del cristianesimo, nelle parole di uno dei due grandi apostoli che diffusero la Buona Novella dalla Palestina fino a Roma. Parlo di Paolo. Paolo era un ebreo, di cittadinanza romana, e viveva in un mondo ellenizzato. Vale a dire che anche in Medio Oriente, nella penisola anatolica, e nell'attuale Turchia prevaleva il modo di vivere greco-romano. Un modello esistenziale che assomiglia in maniera sorprendente a quello del mondo occidentale di adesso: una grande cura del corpo e dell'individualità, saune, bagni pubblici, palestre, divertimenti. E - esattamente come adesso - non mancava l'esaltazione dei personaggi sportivi o comunque dei "giochi" gladiatori o atletici più famosi.

Così San Paolo nella lettera ai Corinzi scrive: "Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!". A Corinto, dove Paolo annunciava il Vangelo, c'era uno stadio molto importante, in cui si disputavano i "giochi istmici". Un evento che richiamava sportivi e tifosi da tutta la regione. Queste parole di san Paolo costituiscono il primo riferimento di un testo di fede al mondo dello sport, e rappresentano una grande intuizione ed ispirazione.

Il primo contatto fra fede e sport

L'Apostolo dei Gentili (cioè dei non ebrei, le "genti") sprona i suoi ascoltatori a mettere in atto, nella vita, un sano agonismo sportivo. Per un obiettivo spirituale; e cioè per giungere a una meta, quella della santità e dalla salvezza eterna che solamente uno sforzo e un'attenzione costante possono far sperare di raggiungere. Esattamente come accade a chiunque pratichi in maniera regolare una disciplina psicofisica. E sempre San Paolo, che evidentemente aveva una certa passione o almeno attenzione per lo sport, in uno dei suoi ultimi scritti afferma di se stesso: "Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede".

Un concetto familiare

Anche se - in realtà - nella "corsa spirituale" di cui parla Paolo tutti possono essere vincitori. Un concetto che trovo familiare, che ci è familiare, a noi che pratichiamo discipline marziali, e il karate in particolare: il primo e unico avversario che conta vincere siamo noi stessi, in una battaglia che non ha mai fine, che dura tutta la vita. Gli altri, gli avversari esterni, sono dei punti di riferimento, un metodo per misurare quanto abbiamo progredito nel nostro cammino di perfezionamento fisico e spirituale.

Il ritorno di Olimpia

Alla fine dell'800 lo sport olimpico toma alla ribalta dell'interesse del mondo; o almeno di una grande parte di esso. E' il frutto dell'amore rinnovato per la cultura classica, romana e greca, e sullo scenario planetario appaiono di nuovo, rinnovati e ripensati, i giochi olimpici, grazie all'ispirazione del barone francese De Coubertin. Atene nel 1896 vede la rinascita di quella che era una delle manifestazioni più seguite nel mondo antico.

E' interessante, per fissare anche da un punto di vista storico la prima presa di contatto ufficiale della Chiesa cattolica con lo Sport con la "S" maiuscola, l'articolo pubblicato dall'Osservatore romano nella sua edizione del 7-8 aprile 1896 in cui si raccontava l'inizio della storia delle Olimpiadi moderne: "L'attenzione del pubblico greco non è oggi rivolta né all'infelice Creta, sempre agitata, né alla Bulgaria data in braccio all'influenza russa, né alle lotte che l'ellenismo sostiene con varia vicenda nelle provincie macedoniche e bulgare". "No - continuava il quotidiano ufficioso della Santa Sede - l'attenzione si assorbe in un avvenimento locale, che richiama alla memoria e rinnova tutta la gloriosa epopea dell'antica Grecia, nei giuochi olimpici che si celebreranno quanto prima in Atene, con grande apparato di spettacoli, nel cui sfondo si svolgerà l'antica vita greca nella sua realtà viva e palpitante, abbellita, se pur possiamo dire così, dalle finezze e dai ritrovati dell'arte moderna".

"Ne fu organizzatore - osservava l'Osservatore romano - un Comitato composto di molte notabilità, alla cui presidenza sta il Principe ereditario; e con felice idea e con fondi offerti da un generoso figlio della Grecia si rinnovò su antico disegno il tanto celebrato Stadio. Si immagini il lettore un grandissimo anfiteatro, il più grande che forse esista, capace di circa 70.000 spettatori, coronato all'interno di bianchi marmi del Pentelico, il tutto avvolto nello splendore del sole attico; e di più, uno sfondo pittoresco, su cui spiccano rovine annerite, oggetto di rispetto e venerazione".

Don Bosco, lo sport per tutti

Abbiamo detto lo sport con la S maiuscola, lo sport delle grandi gare e dell'ufficialità; perché a livello di base non si può dimenticare quella che è stata - ed è ancora in molti Paesi - la geniale avventura di San Giovanni Bosco e dei suoi figli spirituali, i salesiani. Il santo piemontese, che aveva alle sue spalle un'esperienza di vita atletica, faceva giocare i suoi ragazzi, e li spronava all'esercizio fisico, intuendo il profondo legame fra questo a una personalità dallo sviluppo sano ed equilibrato. Il riferimento a don Bosco meriterebbe un approfondimento, che non è possibile in questa sede; ma almeno una menzione dell'importanza che gli oratori salesiani, e gli oratori in genere, hanno rivestito nella formazione psico-fisica di moltissimi giovani è doverosa. Specialmente se vediamo con quanta difficoltà e incredibili ritardi ed esitazioni lo Stato e in generale il settore pubblico seguono (o forse sarebbe più giusto dire trascurano?) questo settore.

Pio X voleva Olimpia a Roma, Giolitti no...

Ma proseguiamo nel nostro itinerario di avvicinamento all'attualità, nel percorso che ha legato la Chiesa e i Papi allo sport. Parlavamo di Olimpiadi, il momento simbolico più evidente dell'avventura sportiva moderna. Dal 1905 in poi diversi pontefici si sono pronunciati sul significato e sul valore dello sport e dei Giochi olimpici. Il barone De Coubertin ricorda nelle sue memorie che san Pio X, papa Sarto, si era interessato attivamente alla candidatura di Roma per i giochi del 1908. Ora bisogna ricordare che in quel periodo il Papa era ancora il "prigioniero del Vaticano", non c'era ancora stata la riconciliazione fra lo Stato italiano e la Santa Sede; di conseguenza l'interesse di papa Sarto per far attribuire alla capitale dello Stato sabaudo le Olimpiadi del 1908 assume anche un particolare significato politico, quello di una mano tesa verso gli "occupanti". Purtroppo l'iniziativa poi sfumò, a dispetto dell'interessamento del Vaticano. Giolitti, per ragioni economiche, non volle. Ma san Pio X aveva ricevuto comunque in udienza il barone De Coubertin, come scrive un libro molto interessante, pubblicato qualche tempo fa, "Pio X, le Olimpiadi e lo sport": "San Pio X ricevette nel 1905 il barone Pierre De Coubertin, padre dei Giochi Olimpici moderni, incoraggiandolo fortemente per la sua iniziativa. Vi abbiamo atteso a lungo...". Ma papa Sarto rivolse ai giovani sportivi, l'8 ottobre 1905 un discorso che è considerato la prima "Magna Charta" dello sport visto con gli occhi della Chiesa. "Ammiro e benedico di cuore - affermava il pontefice - tutti i vostri giochi e passatempi, la ginnastica, il ciclismo, l'alpinismo, la nautica; il podismo, le passeggiate, i concorsi e le accademie alle quali vi dedicate: perché gli esercizi materiali del corpo influiscono mirabilmente sugli esercizi dello spirito; perché questi trattenimenti richiedono pur lavoro, vi toglieranno dall'ozio che è padre dei vizi, e perché finalmente le stesse gare amichevoli saranno in voi un'immagine dell'emulazione dell'esercizio della virtù".

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Lo sport toma un fenomeno di massa, e la Chiesa se ne occupa

C'è da chiedersi perché gli interventi di uomini di Chiesa in questo campo siano stati, nei secoli scorsi, piuttosto radi. La risposta è legata alla caratteristica particolare della missione della Chiesa nel mondo e a un fenomeno congiunturale che ha caratterizzato la nostra epoca. E' con il Novecento che lo sport, dai tempi della Grecia e della Roma antica, toma ad essere un fenomeno di massa. Anche nei Paesi - come la Gran Bretagna - dove lo sport era sempre stato praticato, più che altrove, il fenomeno era sostanzialmente riservato a delle élite. Il Novecento porta la pratica dello sport a livello popolare; con le Olimpiadi si accendono passioni di ogni genere, e anche strumentalizzazioni di carattere politico. I giochi vengono utilizzati - pensiamo in particolare alle Olimpiadi di Berlino - per dimostrare la superiorità di una razza su un'altra. O nella guerra fredda la superiorità di un sistema geo-politico, economico o ideologico su un altro.

Giovanni XXIII, parla in latino agli atleti

La Chiesa, in questo contesto, sempre più complicato, cerca di sottolineare una dimensione etica più elevata. Giovanni XXIII il papa Buono riceverà in udienza gli atleti di 83 nazioni il 24 agosto del 1960, quando Roma ospita le Olimpiadi, e su Campidoglio svettano i cerchi olimpici. E' un discorso in latino, quello che papa Roncalli pronuncia. "Olympiorum certaminum decursu omnibus vos...", ma gli atleti hanno il testo nella loro lingua. "Nello sviluppo delle competizioni olimpiche - raccomanda Giovanni XXIIII - darete a tutti un esempio di sana competizione, senza invidia e spirito di contesa, nella lotta che mostrerà la costanza e allegria serena, modesta vittoria, anche, consegnato nel lato successo, le difficoltà tenaci e si rivelerà come atleti veri e vedrete gli spettatori innumerevoli la verità del vecchio proverbio che ha raccomandato: una mente sana in corpo sano". Giulio Andreotti, che godeva di un rapporto di amicizia con papa Roncalli, aveva cercato di far sì che l'udienza fosse un momento particolare, nella storia di quei giorni. Giovanni XXII aveva rivolto agli atleti un'esortazione paterna, come era nel suo stile.

Paolo VI: che le Olimpiadi siano una festa di pace

Su una linea analoga si comporterà Paolo VI, nel luglio 1976, nel suo Angelus del 18 luglio 1976 in cui si rivolgeva anche agli atleti per le Olimpiadi di Montréal. Montini riprenderà quello che è da sempre il filone di pensiero della Chiesa, e cioè il parallelismo fra sfera spirituale ed esercizio fisico. "La sfera delle virtù naturali penetri quella degli esercizi fisici e conferisca loro un valore umano superiore, quello morale, fino a raggiungere quello sociale, internazionale, facendo delle Olimpiadi quasi una celebrazione dell'amicizia fra i

Popoli, una festa di Pace".

E siamo finalmente a Giovanni Paolo II. Ma prima di entrare in dettaglio in quello che è stato il discorso più ampio e aggiornato sui rapporti fra fede, spirito e sport compiuto nel Giubileo degli sportivi del 2000 dal pontefice che di sicuro ha più di ogni altro suo collega avuto una esperienza diretta di sport, penso sia interessante rispondere a una questione non secondaria: i papi facevano attività fisica?

Ma i Papi, erano sportivi?

L'aura di sacralità che circondava, fino all'epoca di Giovanni Paolo II, la figura del papa, l'alone ieratico che la sua carica diffondeva hanno fatto spesso passare in secondo piano alcune caratteristiche più "umane" dei vari pontefici che si sono succeduti nel secolo scorso. Ma esaminando le loro biografie vediamo che non pochi di loro non hanno solo parlato dello sport, lo hanno praticato. Papa Achille Ratti, Pio XI, che è stato il Vicario di Cristo dal 1922 fino al 1939, fino alla Vigilia della II Guerra mondiale era un appassionato di alpinismo, uno scalatore. Tanto che nelle montagne della zona di Teramo hanno voluto intitolare un picco al suo nome: il picco Pio XI. E' stato battezzato così il 25 settembre del 1929. E nel 1975 è stata collocata una piccola targa commemorativa, che recita: : "il 25-09-1929 questo Picco veniva chiamato Pio XI in onore del Papa alpinista. Il 25-09-2004, a 75 anni da quella data e dalla fondazione dell'Opera Salesiana Pio XI in Roma, un gruppo di salesiani e giovani ha raggiunto la cima per ricordare i due eventi e porre una targa commemorativa". Non è a un’altezza eccelsa - 1250 metri – ma comunque ci vogliono dalle quattro alle cinque ore di buona arrampicata per raggiungerla. Pio XI aveva nostalgia delle sue montagne, dei ghiacciai, della libertà a cui dovette rinunciare una volta divenuto Papa. Quando era giovane, insieme a un altro sacerdote appassionato alpinista, don Luigi Grasselli, e insieme a due guide valdostane, "aprì" (credo che questo sia il termine corretto) due "vie": una sul Monte Rosa, sul versante di Macugnaga, e un'altra sul Monte Bianco, che comprendeva una discesa attraverso il ghiacciaio del Puy de Dome.

Il suo successore, Pio XII, proveniva da una famiglia nobile romana, i Pacelli, e prima di diventare Papa amava molto nuotare e andare a cavallo, uno sport praticato ampiamente dalla nobiltà e dalla borghesia a cavallo dei due secoli. E praticò anche il canottaggio, da giovane. Prima dì tornare a Roma ad aiutare Pio XI come Segretario di Stato ebbe l'incarico di nunzio in Baviera. Ma soprattutto amava andare a cavallo. Si ricordano diverse gite a cavallo, compiute in Svizzera, durante un periodo di riposo; ed era già diventato uno dei principi della Chiesa, era cardinale. I cattolici bavaresi gli avevano fatto un regalo straordinario: un cavallo meccanico, per poter in qualche misura soddisfare alla sua passione. Si dice che il cavallo meccanico sia arrivato a Roma da Monaco nell'appartamento pontificio, ma che non sia mai stato usato. Pacelli non uscì mai dalle Mura vaticane, se non per occasioni straordinarie; non era ancora il momento in cui un Papa aveva diritto a una sua sfera di umanità "normale". Ogni giorno però camminava a lungo nei giardini vaticani; chilometri e chilometri di passeggiata. E amava lo sport: tanto che nel corso del Giubileo del 1950 assistette a un tempo d'una partita di pallacanestro in piazza San Pietro; e dette anche il segnale di partenza per un Giro d'Italia. Il ciclismo in quegli anni era uno degli sport in cui si riversava l'amore degli italiani. Nel 1948 Pio XII proclamò patrona dei ciclisti la Madonna del Ghisallo, un'immagine sacra conservata nel santuario sul colle omonimo. Un luogo celebre per gli amanti del ciclismo: sulla sua salita si sono decisi Giri d'Italia e Giri di Lombardia.

Di Giovanni XXIII non si ricordano hobby sportivi particolari, mentre il suo successore, Paolo VI, bresciano, amava le escursioni in montagna. Di Giovanni Paolo II sappiamo tutto: l'amore per le escursioni in canoa sui Laghi Mazuri, e soprattutto - da vero montanaro - la passione per lo sci. Restano celebri alcune discese, compiute sotto gli occhi del Presidente della Repubblica, Pertini. E una quantità di aneddoti su fughe segrete verso i campi da sci più vicini alla capitale, dove Karol Wojtyla, in tuta bianca, si metteva in fila allo skilift fino al momento - ed è capitato - che qualcuno lo riconosceva, a dispetto del cappuccio ben calato sulla testa e degli occhiali scuri. Papa Francesco quando era ragazzino giocava a calcio per le strade del suo quartiere, a Buenos Aires. Fra l'altro, sua mamma di cognome faceva Sivori; ed era imparentata con Omar Sivori, un nome che ai più giovani dice poco o nulla, ma che alle persone della mia generazione porta alla mente la memoria di un giocatore (ahimè juventino) la cui bravura era eguagliata solo dal caratteraccio.

Benedetto XVI invece non ha mai nascosto di non essere uno sportivo. Da sempre, sin da quando era ragazzino. Gli si addice benissimo la frase con cui Winston Churchill rispose a chi gli chiedeva quale fosse il segreto della sua longevità: "Lo sport." rispose lo statista, "Mai fatto".

Chiudiamo questa digressione, che ho voluto fare per arricchire con un tocco personale e umano quella che poteva rischiare di essere una serie un po' arida di enunciazione di principi con qualche accenno ai gusti e all'amore per l'attività fisica di alcuni papi del passato meno recente. Leone XIII, della Ciociaria, a cavallo dell'800 e del '900, era un appassionato di caccia. Era un papa "prigioniero" in Vaticano, e certamente la libertà delle montagne gli mancava. Si fece a un certo punto costruire un "roccolo", una rete per gli uccelli di passo nei giardini vaticani, un soffio di nostalgia per la passione che non poteva più esercitare. Prima di lui - siamo nella seconda metà del '700 - Clemente XIV era un gran cavallerizzo; l'amore per i cavalli gli costò due cadute, e la rottura di una spalla per due volte. La veste talare non gli permetteva di cavalcare bene, allora adottò per lo sport una tenuta particolare: stivali e giubba candidi, stivali con la croce e una cappello rosso a tre punte. Gregorio XVI - siamo all'inizio dell'800 - amava pescare nel lago di Castelgandolfo. E due papi (Pio VII e Pio IX, il "cittadino Mastai" di carducciana memoria) erano grandi appassionati di biliardo.

L'era di Giovanni Paolo II

Con Giovanni Paolo II entriamo però nella complessità. Che cosa voglio dire? Che se prima di lui il rapporto Chiesa-sport si era basato su esortazioni di carattere etico piuttosto generali, adesso lo sport è diventato una cosa diversa; al volto scintillante delle medaglie e dell'esaltazione dello sforzo fanno da contrappeso ombre crescenti: corruzione, interessi economici e politici, doping, scommesse. Già nel 1982 papa Wojtyla, rivolgendosi il 27 maggio ai vertici del Comitato Olimpico, ricordava che lo sport "Come manifestazione dell'agire dell'uomo, deve essere una scuola autentica e un'esperienza continua di lealtà, sincerità, fair-play, sacrificio, coraggio, tenacia, solidarietà, disinteressamento, rispetto! Quando, nelle competizioni sportive, vincono la violenza, l'ingiustizia, la frode, la sete di guadagno, le pressioni economiche e politiche, le discriminazioni, allora lo sport è relegato al rango di uno strumento di forza e denaro".

Wojtyla farà in tempo, nell'arco del suo lungo pontificato, a essere testimone dei giochi Olimpici della guerra fredda, di quelli di Mosca e di Los Angeles, nel 1980 e nel 1984, boicottati gli uni dagli Stati Uniti e gli altri dai Paesi del blocco sovietico. E poi assisterà ai giochi del disgelo, successivi alla caduta del Muro di Berlino, alle Olimpiadi della globalizzazione.

Il Papa sportivo non poteva non volere, nel Grande Giubileo che festeggiava i due millenni di esistenza della Chiesa, un appuntamento solenne e particolare per il mondo dello sport. Il 29 ottobre del 2000 allo Stadio Olimpico di Roma Giovanni Paolo II davanti a centinaia di atleti, al presidente del Comitato Olimpico Internazionale Juan Antonio Samaranch e al presidente del Coni Giovanni Petrucci, celebrava un Giubileo particolare per gli sportivi. Dopo aver ricordato San Paolo, il pontefice ebbe parole poetiche: "Con questa celebrazione - disse - il mondo dello sport si unisce, come un grandioso coro, per esprimere attraverso la preghiera, il canto, il gioco, il movimento, un inno di lode e di ringraziamento al Signore. E' l'occasione propizia per rendere grazie a Dio per il dono dello sport, in cui l'uomo esercita il corpo, l'intelligenza, la volontà, riconoscendo in queste sue capacità altrettanti doni del suo Creatore".

Wojtyla sottolineò la grande importanza assunta dalla pratica sportiva; che può favorire l'affermarsi nei giovani di valori importanti quali la lealtà, la perseveranza, l'amicizia, la condivisione, la solidarietà. "E proprio per tale motivo, in questi ultimi anni essa è andata sempre più sviluppandosi come uno dei fenomeni tipici della modernità, quasi un "segno dei tempi" capace di interpretare nuove esigenze e nuove attese dell'umanità. Lo sport si è diffuso in ogni angolo del mondo, superando diversità di culture e di nazioni".

Ma quanto più grande è la sua diffusione, tanto maggiore è la responsabilità di quanti praticano lo sport, specialmente ad alto livello: "Essi sono chiamati a fare dello sport un'occasione di incontro e di dialogo, al di là di ogni barriera di lingua, di razza, di cultura. Lo sport può, infatti, recare un valido apporto alla pacifica intesa fra i popoli e contribuire all'affermarsi nel mondo della nuova civiltà dell'amore". E' una responsabilità che condividiamo tutti, anche in questi giorni e in questo nostro Paese, dove le spinte alla divisione, alla frammentazione a tutti i livelli sembrano crescere, invece di diminuire.

Parole che appaiono profetiche, dunque, quelle pronunciate tredici anni fa dal papa polacco, quando chiamava tutti e ciascuno "ad un serio cammino di riflessione e di conversione. Può il mondo dello sport esimersi da questo provvidenziale dinamismo spirituale? No! Anzi proprio l'importanza che lo sport oggi riveste invita quanti vi partecipano a cogliere questa opportunità per un esame di coscienza. E' importante rilevare e promuovere i tanti aspetti positivi dello sport, ma è doveroso anche cogliere le situazioni in vario modo trasgressive a cui esso può cedere".

Giovanni Paolo II si rivolgeva in primo luogo ai cristiani, ma non solo; il suo appello era rivolto anche "agli uomini di buona volontà", cioè a tutti coloro che pur non facendo parte del mondo cristiano, o cattolico, condividono valori etici e preoccupazioni per il bene delle persone. A tutti loro papa Wojtyla chiedeva - chiede - di essere "uniti e decisi nel contrastare ogni aspetto deviante che vi si potesse insinuare, riconoscendovi un fenomeno contrario allo sviluppo pieno della persona e alla sua gioia di vivere. E' necessaria ogni cura per la salvaguardia del corpo umano da ogni attentato alla sua integrità, da ogni sfruttamento, da ogni idolatria".

E’ qualche cosa che ci riguarda tutti, ad ogni livello di pratica sportiva. Non bisogna essere campioni olimpici, o allenatori di campioni olimpici per sapere che si può non rispettare i propri allievi instillando modelli agonistici ossessivi o esagerati, sfruttandone la disponibilità e la buona fede, o alimentando passioni non equilibrate verso obiettivi e persone. E di seguito Wojtyla indicava le linee guida per quello che dovrebbe essere un esercizio sportivo sano. Auspicava che tutti, tecnici ed atleti, trovassero nelle sue parole "l'occasione per ritrovare un nuovo slancio creativo e propulsivo, così che lo sport risponda, senza snaturarsi, alle esigenze dei nostri tempi: uno sport che tuteli i deboli e non escluda nessuno, che liberi i giovani dalle insidie dell'apatia e dell'indifferenza, e susciti in loro un sano agonismo; uno sport che sia fattore di emancipazione dei Paesi più poveri ed aiuto a cancellare l'intolleranza e a costruire un mondo più fraterno e solidale; uno sport che contribuisca a far amare la vita, educhi al sacrificio, al rispetto ed alla responsabilità, portando alla piena valorizzazione di ogni persona umana".

E da vero sportivo, Giovanni Paolo II tracciava un parallelismo triplice, fra vita, fede e sport. Citava nel suo discorso un salmo (125,5) molto bello: "Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo". E commentava: "Chi pratica lo sport questo lo sa bene: è solo a prezzo di faticosi allenamenti che si ottengono risultati significativi". E' vero per tutte le discipline sportive, ma è vero anche e soprattutto per l'esistenza. Ed è esattamente questa la lezione, la prima delle tante, che la pratica sportiva può donare ai giovani, ai nostri figli, protagonisti spesso di un’esistenza in cui tutto giunge a loro senza fatica, senza merito, in cui ogni regalo è scontato. Ricordava Giovanni Paolo II nell'ottobre del 2000: "Nelle recenti Olimpiadi di Sidney abbiamo ammirato le imprese di grandi atleti, che per giungere a quei risultati si sono sacrificati per anni, ogni giorno. Questa è la logica dello sport, specialmente dello sport olimpico; ed è anche la logica della vita: senza sacrifici non si ottengono risultati importanti, e nemmeno autentiche soddisfazioni".

Lo stesso discorso è valido per la fede, e questo è il terzo aspetto del triplice parallelismo illustrato da Giovanni Paolo II, che ci aspettiamo diventi ben presto santo (si parla dell'ottobre prossimo). Ancora una volta il papa ha citato San Paolo, questo apostolo appassionato di metafore sportive: “Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile” (1 Cor. 9,25). Commentava Giovanni Paolo II: "Ogni cristiano è chiamato a diventare un valido atleta di Cristo, cioè un testimone fedele e coraggioso del suo Vangelo. Ma per riuscire in ciò è necessario che egli perseveri nella preghiera, si alleni nella virtù, segua in tutto il divino Maestro".

Nella mia esperienza di vita c'è sempre stata una finestra aperta sulla spiritualità, anche nei lunghi anni in cui ho pensato di essere tutt'altro, e in cui almeno in apparenza questa finestra non avrebbe dovuto esistere, o essere ben chiusa. Forse per questa ragione ho trovato toccante in maniera particolare il modo in cui papa Wojtyla ha chiuso il suo discorso, con una confessione di umiltà e di abbandono a un Qualche cosa che ci trascende, il rimandare a un mistero, quello del "senso profondo della vita" che si trasforma in un quesito sempre più angosciante e ossessivo, "specialmente di fronte alle tenebre del male, della morte, e della carenza di senso, al rischio, come scriveva Shakespeare, che la vita sia "una favola raccontata da un pazzo, piena di rumore e furore, e che non significa nulla". “Anche il più grande campione, davanti alle domande fondamentali dell'esistenza, si scopre indifeso” diceva papa Wojtyla, e ha bisogno di una risposta di luce (per il Papa ovviamente era Gesù Cristo) "per vincere le sfide impegnative che un essere umano è chiamato ad affrontare".

E concludeva il suo discorso con una preghiera che mi sembra condivisibile, nel suo significato generale, anche da chi cristiano o religioso non è per niente: "Signore Gesù Cristo, aiuta questi atleti ad essere tuoi amici e testimoni del tuo amore. Aiutali a porre nell'ascesi personale lo stesso impegno che mettono nello sport; aiutali a realizzare un'armonica e coerente unità di corpo e di anima. Possano essere, per quanti li ammirano, validi modelli da imitare. Aiutali ad essere sempre atleti dello spirito, per ottenere il tuo inestimabile premio: una corona che non appassisce e che dura in eterno. Amen!”.

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