La svolta nell'insegnamento del karate, avviata da Sokon Matsumura alla fine del XIX secolo e proseguita da Anko Itosu all'interno del sistema scolastico di Okinawa, soppiantò in via definitiva la modalità tradizionale di apprendimento dell'arte del combattimento, segretamente trasmessa dal Maestro ad un unico allievo. Non fu semplice mantenere un efficace insegnamento all'interno di un contesto scolastico; ma, ad esempio, l'introduzione di comandi vocali scanditi dal Maestro permise di comandare simultaneamente, a un gruppo di allievi numeroso, la sequenza dei gesti da compiere.
Itosu dovette quindi apportare numerosi e importanti cambiamenti al precedente modo di praticare e nel farlo si ispirò alla formazione militare di stile europeo che il Giappone stava allora adottando. Sperimentò e introdusse anche numerose modifiche alle tecniche e ai movimenti per attutire nel combattimento gli aspetti più feroci dell'antica arte del te, finalizzata all'uccisione dell'avversario con un'unica tecnica. Dell'antica arte di Okinawa mantenne però i fondamentali princìpi di una durissima e rigorosa disciplina, adattandone la pratica ad una finalità altamente educativa dal punto di vista etico e morale.
Per meglio graduare la difficoltà degli esercizi da apprendere, Itosu rielaborò i pochi e complessi kata (insieme di tecniche che simulano la realtà di un combattimento) pervenuti dagli antichi maestri. Scompose in tre parti il kata «Naifanchi» classico, e ispirandosi al sistema di catalogazione utilizzato dai samurai per i kata di spada nell'arte del Jigen-ryu, ne indicò la classificazione con il suffisso “dan” (che significa grado, livello) chiamandoli quindi Naifanchi shodan, nidan e sandan. Continuò poi la diversificazione e l'ampliamento degli esercizi di base creando cinque nuovi kata denominati «Pinan» shodan, nidan, sandan, yodan e godan.
Per meglio sottolinearne le caratteristiche essenziali, il nome di questi kata è stato successivamente mutato: Pinan è stato sostituito dal termine Heian che significa tranquillità, pace, ossia l'atteggiamento che il praticante deve perseguire; Naifanchi è diventato Tekki, “cavaliere d'acciaio”, per esprimerne la tipica postura da assumere e la forza necessaria nell'esecuzione.
Ancora oggi questi kata, pervenuti nella loro completezza, costituiscono la base dell'apprendimento del Karate Tradizionale, che tramanda l'insegnamento dell'antica disciplina senza snaturarne i metodi e le finalità.
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